lunedì 28 maggio 2012

SALVATORE QUASIMODO

RIDE  LA  GAZZA, NERA  SUGLI  ARANCI


Forse è un segno vero della vita:
intorno a me, fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato
della Chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l'erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno;
ora destatevi. Ecco, scroscia il pozzo
per la prima marea. Questa è l'ora:
non più mia, arsi, remoti simulacri.
E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d'orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi;
già l'airone s'avanza verso l'acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.



dalla  raccolta  "ED  E' SUBITO  SERA"

sabato 28 aprile 2012

EUGENIO MONTALE



DORA MARKUS è una poesia affascinante, ermetica, montaliana al mille per cento. Con quel FU all'inizio tutto è detto e tutto è scritto, irrimediabilmente, lapidariamente. Noi siamo scritti da sempre e per l'eternità. Una sola cosa è sicura: l'ignoto, ma neppure nel senso più vasto di morte fisica. Qualcosa di semplkicemente inspiegabile, un tardi, un passaggio di qualcosa di cui non padroneggiamo nulla. Un mare buio, giusto per citare, una volta tanto, il titolo di un mio libro di poesie di quasi dieci anni fa.



Prima  parte  (1926)

Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all'altra sponda
invisibile la tua patria vera.
Poi seguimmo il canale fino alla darsena
della città, lucida di fuliggine,
nella bassura dove s'affondava
una primavera inerte, senza memoria.

E qui dove un'antica vita
si screzia in una dolce
ansietà d'Oriente
le tue parole iridavano come le scaglie
della triglia moribonda.

La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
in questo lago
d'indifferenza ch'è il tuo cuore...
forse ti salva un amuleto che tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima: un topo bianco,
d'avorio. E così esisti!


Seconda  parte  (1939)

Ormai nella tua Carinzia
di mirti fioriti e di stagni,
china sul bordo sorvegli.
la carpa che timida abbocca
o segui sui tigli, tra gl'irti
pinnacoli le accensioni
del vespro e nell'acqua un avvampo
di tende da scali e pensioni.

La sera che si protende
su l'umida conca non porta
col palpito dei motori
che gemiti d'oche e un interno
di nivee majoliche dice
allo specchio annerito che ti vide
diversa una storia di errori
imperturbati e la incide
dove la spugna non giunge.

La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d'oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l'armonica guasta nell'ora
che abbuja, sempre più tardi.

E' scritta là. Il sempreverde
alloro per la cucina
resiste, in voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino...
ma è tardi, sempre più tardi.


sabato 21 aprile 2012

VINCENZO CARDARELLI







Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
ed un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.






Vincenzo Cardarelli (Tarquinia, 1887 - Roma, 1959), è stato tra i fondatori e poi direttore della rivista letteraria "La Ronda",  mentre negli ultimi dieci anni di vita ha inoltre diretto la nota rivista "La Fiera Letteraria".

lunedì 16 aprile 2012

UMBERTO SABA

Noto poeta triestino (1883-1957), di padre cristiano e madre ebrea, fu abbandonato dal padre prima di nascere, adottando il cognome materno. Dopo la guerra, e sposatosi con Lina da cui ebbe una figlia, finì per farsi libraio antiquario nella sua Trieste, percorrendo una vita segreta e modesta. Poeta d'esplorazione, lontano da mode letterarie e inclassificabile, quindi.




Io  sono  come  quella  foglia  -  guarda  -
sul  nudo  ramo,  che  un  prodigio  ancora
tiene  attaccata.

Negami  dunque.  Non  ne  sia  attristata
la  bell'età  che  ad  un'ansia  ti  colora,
e  per  me  a  slanci  infantili  s'attarda.

Dimmi  tu  addio,  se  a  me  dirlo  non  riesce.
Morire  è  nulla:  perderti  è  difficile.

sabato 7 aprile 2012

NELSON MANDELA



La nostra paura più profonda
 
non è di essere inadeguati.
 
La nostra paura più profonda,
 
è di essere potenti oltre ogni limite.
 
E’ la nostra luce, non la nostra ombra,
 
a spaventarci di più.
 
Ci domandiamo:
 
” Chi sono io per essere brillante, 
 
pieno di talento, favoloso? “
 
In realtà chi sei tu per NON esserlo?
 
Siamo figli di Dio.
 
Il nostro giocare in piccolo,
 
non serve al mondo.
 
Non c’è nulla di illuminato
 
nello sminuire se stessi cosicchè gli altri
 
non si sentano insicuri intorno a noi.
 
Siamo tutti nati per risplendere,
 
come fanno i bambini.
 
Siamo nati per rendere manifesta
 
la gloria di Dio che è dentro di noi.
 
Non solo in alcuni di noi:
 
è in ognuno di noi.
 
E quando permettiamo alla nostra luce
 
di risplendere, inconsapevolmente diamo
 
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
 
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
 
la nostra presenza
 
automaticamente libera gli altri.
 
 
 
 
 

mercoledì 21 marzo 2012

TONINO GUERRA



TONINO GUERRA l'ho incontrato un sacco di volte presso la Galleria La Bottega di Ravenna, del nostro grande amico comune Giuseppe Maestri da cui apprese l'arte dell'incisione, che praticava con modestia e in silenzio. La Galleria oggi è stata riaperta nel gennaio 2011 ad opera del pittore Carlo Amaldi, proprio con una mostra di suoi lavori. Pochi fortunati possono dire di avere in casa uno dei suoi deliziosi quadretti, che riportano in tutto e per tutto alle atmosfere dei disegni di Fellini. Fellini e Guerra erano un binomio praticamente perfetto, tanto nel cinema quanto nella vita comune, dove erano amicissimi. Nel giugno del 1990 ebbi modo di intervistarlo per la defunta "Gazzetta di Ravenna". Qualche anno dopo mi recai a Pennabilli per vedere il "Giardino dei Frutti Dimenticati": Giunto in paese, non sapevo dove andare e risolsi di chiedere informazioni alla prima persona che avessi incontrato. Bè, il caso volle che la prima persona in assoluto fosse proprio lui. Era nella piazza dove a pochi metri c'era il "suo" giardino, ed era in compagnia di un altro signore anziano. Fu in pratica l'ultima volta che lo vidi di persona. Gli ultimi anni per lui sono stati un calvario: nel 93 la morte di Fellini, poi un tumore al cervello, poi il suicidio della figlia nel 2006, ed infine la scomparsa di Michelangelo Antonioni l'anno dopo, un altro regista, suo conterraneo, con cui aveva lavorato e a cui era molto legato. Con lui se ne va proprio la Romagna, quella più vera, più schietta, più autentica. Dopo Tonino Guerra ci sono ancora poeti e studiosi che in qualche modo rappresentano ancora molto egregiamente lo spirito romagnolo, come il Prof. Giuseppe Bellosi o il poeta Nevio Spadoni, o il poeta Giovanni Fucci, ma sono tutte persone non più giovanissime e senza nemmeno eredi personali. Parafrasando una battuta di una vecchia commedia romagnola "Muort Verdi un gnè piò gnint" (Morto Giuseppe Verdi non c'è più nulla), lo stesso potrà dirsi un domani di Tonino Guerra, se un qualche autore di commedie romagnole vorrà ricordarlo in un contesto degno di lui. Ma, anche qui, a parte Nevio Spadoni da Ravenna (noto anche in America grazie al Teatro delle Albe), c'è il vuoto assoluto. Nella foto sotto, il tappeto mosaicato sospeso, a Cervia, col sale, tipico prodotto locale dal tempo degli Etruschi. Un'altra delle sue eredità che siamo chiamati a conservare.
                                                                                                                                                  





Cuntent  a  sò  ste  tanti  vuolt
mo  mai  coma  quela
c'aj  ho  vest
una  parpaja  vulè
senza  sintì  la  voja
ad  magnela


Contento  fui  tante  volte
mai  però  come  quella
quando  vidi  volare  una  farfalla
senza  provare  la  voglia
di  mangiarmela


(scritta nel '46 dopo anni da prigioniero in un campo nazista)

giovedì 15 marzo 2012

ELIO PAGLIARANI

Nato a Viserba, presso Rimini, nel 1927, Pagliarani è recentemente scomparso a Roma, dove viveva da decenni. Aderì al "Gruppo 63", insieme ad Umberto Eco, Aldo Palazzeschi, Nanni Balestrini e molti altri. Fu anche giornalista presso "Paese Sera" di Roma, e vinse il Premio Viareggio a metà degli anni 90. Poeta dalle forti tematiche proletarie e sociali. Ecco un suo testo.


È difficile amare in primavere
come questa che a Brera i contatori
Geiger denunciano carica di pioggia
radioattiva perché le hacca esplodono
nel Nevada in Siberia sul Pacifico
e angoscia collettiva sulla terra
non esplode in giustizia.
Potrò amarti
dell'amore virile che mi tocca, e riempirti
se minaccia l'uomo
sé nel suo genere?

O trasferisco in pubblico stridore
che è solo nostro, anzi, tuo e mio?