C’è un attimo, avvenuta
l’esplosione, tra le macerie
e i vetri, in cui si quieta tutto
prima delle grida, delle sirene
concitate: è un attimo
nel quale non si crede veramente
che sia accaduto quello che si vede.
È lì che si comprende
il senso di una strage,
quando il silenzio avvolge e copre
senza scelta e senza distinzione
come la gente attorno a una stazione
che prende il treno per lavoro
o per le ferie, a inizio agosto
di mattina, come sempre.
Se pieghi lungo il viale,
oltre il ponte, oltre le file del mercato
vedrai la gente stesa a terra
che si guarda.
Saluta come chi ha deciso di partire
e ogni momento è quello buono
per prendere le cose dal tinello
(pochi ricordi, una conchiglia
qualche foto da ragazzi)
ed infilare tutto dentro al petto
nel doppiofondo del cappotto
prendere il cappello e andare
dritti nella nebbia fino a scomparire
a non lasciare traccia
come chi si porta dentro l’argine da solo
e lì rimane cosa ferma, dentro l’acqua.
Ogni anno almeno un giorno
lo passo a Cesenatico d’inverno
per vedere la battigia vuota
le assi per coprire i bagni
i pezzi di lamiera arrugginiti
le farmacie
con la saracinesca in basso
le vetrine senza manichini.
È questa la mia stanza
quando manchi
sei al lavoro
o esci coi tuoi amici
sei lontana, e
non m’è possibile vederti.